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Great news for street photographers in DC

“A bystander has the same right to take photographs or make recordings as a member of the media”: DC police chief announces reasonable cell camera policy.

Check it out on ArsTechnica.

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Saturday night in Beverly Hills

Saturday Night in Beverly Hills

A friend with a Camaro, lights, an entire city in the side mirror.
Foreigners waiting for their clothes to be ready and the night to start.
Transparent buildings around this place.
A long ride where everything is familiar but I’ve never been here before.
And weird things happen all the time. And i woke up this morning with this song in my head.

This was my saturday night in Beverly Hills, and this is the photoset. Enjoy.

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Jeff Jarvis, Alexia Tsotsis, Hanni Ross: portraits from SXSW

My SXSW 2011 is just finished and I want to wrap it up with three great portraits I took during my week in Austin TX: Jeff Jarvis, Alexia Tsotsis and Hanni Ross.

Jeff Jarvis

Jeff Jarvis

Jeff’s speech at SXSW was definitely the most interesting one of the many I attended. His vision about privacy and publicness is enlightening and he’s so good at public speaking. It was also a pleasure to get a personal inscription on his book.

Links: Buzz MachineTwitter

Alexia Tsotsis

Alexia Tsotsis

This picture was taken at the end of the Google and Bing Q&A session. This girl was typing on her laptop and I couldn’t resist to take a picture. Only after a brief chat I figured out that she was Alexia. That Alexia!

Alexia is writer at Techcrunch and during the last few days she has demonstrated to have character. Yeah!

Links: Alexia’s blogTwitterTechcrunch

Hanni Ross

Hanni Ross

Hanni is Happiness Engineer at WordPress and she has style. Definitely style! I took this portrait of Hanni while chilling out at WordPress’ booth.

Links: Hanni’s blogtwitter

More portraits

You can find more portraits from SXSW 2011 on my portrait gallery on Flickr. Check it out!

SXSW - Day 2 SXSW - Day 1 SXSW - Day 1 SXSW - Day 5 SXSW - Day 5 SXSW - Day 5

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Stonycreek, Somerset County, Pennsylvania

Flight 93 Memorial

Arrivare a Stonycreek non ha proprio niente di particolare. Il solito paesello della Pennsylvania come ne abbiamo visti tanti nel nostro viaggio. Nessuna sensazione particolare, soliti pick-up fuori dalle verande verniciate di bianco, con le solite sedie a dondolo in un pomeriggio come tanti altri.

Ma c’é qualcosa di diverso, ci sono molte più bandiere americane fuori delle case rispetto a quante ne abbiamo viste in Kansas o in Missouri. A parte questo, davvero niente di particolare.

Era un giorno di settembre come tanti altri quando questa piccola comunità tra le colline della Pennsylvania é apparsa di colpo sulle cartine geografiche ed é stata inserita nei POI (point of interest) dei navigatori GPS.

Ce lo spiega una cameriera di un ristorante per famiglie lungo la statale mentre ordiniamo le nostre uova col bacon: “qui non c’é niente, ma siamo sulle mappe perché a 15 miglia da qui si é schiantato il volo 93 in quel famosamente tragico undici settembre 2001. Per questo si fermano molti turisti, per visitare il memoriale”.

E noi che ci eravamo fermati solo per fare colazione, dopo esserci districati nel traffico Pittsburg, siamo caduti dalle nuvole. Ma abbiamo immediatamente deciso che avremmo fatto una deviazione.

Dopo una ventina di minuti di guida tra le colline, seguendo un po’ il GPS e un po’ i cartelli stradali, siamo arrivati sul posto che ha reso un pochino famoso questo posto altrimenti anonimo.

Il memoriale definitivo é in costruzione e quello temporaneo é adibito all’interno di quello che fu il centro direzionale di coordinamento delle attività governative nei giorni successivi a quel tragico giorno.

Si tratta di un capannone di lamiera che a prima vista andrebbe bene per parcheggiarci qualche macchina agricola o poco più. Fuori dal quale svetta una bandiera. Forse l’unica che ha senso vedere in questo posto.

La collina su cui avvenne lo schianto é ancora più anonima del luogo che la circonda, se non ci fossero i bulldozer al lavoro per costruire la prima parte del memoriale che sará pronta per l’undici settembre 2011, in occasione del decennale.

Enormi cartelli spiegano la direzione il cui il volo 93 si é schiantato al suolo con i suoi 40 passeggeri. La direzione esatta, l’angolo di impatto e ogni singolo dettaglio, quasi per supplire all’assoluta normalità del cantiere al lavoro.

Flight 93 Memorial

Alcuni turisti si fanno una foto con la collina sullo sfondo, con la stessa espressione di quando si immortalavano con la scritta Hollywood alle spalle. E noi che ci sentivamo in imbarazzo ad avere con noi le macchine fotografiche pur di non lasciarle incustodite in auto. Ci sono tanti mazzi di fiori, alcune decine di bandierine, foto e lettere.

L’interno del memoriale, il capannone di lamiera, é ancora piú votato al “mostra e racconta” di quanto mi aspettassi. Grandi cartelli riportano tutti gli avvenimenti dal decollo allo schianto, con dovizia di particolari e ci sono foto di tutta la fase di soccorso e indagine. É persino possibile visionare i libri con le trascrizioni delle scatole nere. L’immancabile guestbook con le firme dei passanti fa coppia con il timbro commemorativo da applicare al passaporto per dire “io ci sono stato”.

Ma alla fine della visita, in soli 20 minuti, ogni turista sa tutto di quello che é successo (ovviamente la versione ufficiale, ma questa é un’altra storia).

Per concludere, in questo posto sperduto nel nulla, quaranta persone sono morte in un attentato e sono celebrate raccontando quello che é successo a tutti quelli che passano. Forse in modo indiscreto, forse troppo mistificato, all’americana, Ma da un punto di vista narrativo funziona bene e trasmette la memoria.

Per cercare un paragone con casa nostra, quanti delle migliaia di turisti che si siedono in sala d’aspetto nella stazione di Bologna riescono a capire che cosa sia quella strana finestra a forma di crepa e il perché di una lapide con tanti nomi?

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Aneddoti a stelle e strisce

Flag
Letizia ed io abbiamo trascorso una ventina di giorni negli Stati Uniti attraversando il paese da Los Angeles a New York in auto. Riporto alcune delle lezioni imparate durante il viaggio e alcune riflessioni.

La prossima valigia


Come potete vedere dal grafico, questo è esattamente l’approccio che mi riprometto di adottare nella composizione della mia prossima valigia per un viaggio lungo. Poi regolarmente una camicia me la porto dietro e come al solito giace stropicciata in borsa fin dal secondo giorno. Perchè le magliette le infili in una laundromat e via, la camicia ha ben altre necessità per essere indossabile.

Gli Americani scrivono tutto

Objects in mirror are closer than they appear
Non ho capito se è per reale necessità di ricordarsi le cose o per ripulirsi la coscienza in caso di adempienza, gli Americani scrivono tutte le più banali avvertenze su appositi cartelli. Dal “non usare l’ascensore in caso di incendio” anche al pian terreno fino al “lavarsi le mani prima di tornare al lavoro” in tutti i ristoranti.

Gli edifici non seguono lo standard ansi C nella numerazione dei piani

Saint Louis
Cosa che invece facciamo noi in Europa. Da noi il piano terra è indicato con “0” e piano 1 è il primo piano, come la parola stessa indica. Negli USA il piano 1 è il piano terra, il piano 2 è il primo sopraelevato, ecc. Da cui alcuni banali equivoci alle reception degli hotel.

L’aggressività stradale è inversamente proporzionale alla logitudine Ovest.

Big truck mirror
Man mano che ci si sposta da Ovest a Est, l’aggressività degli automobilisti aumenta linearmente fino alla Pensylvania, con una impennata in New Jersey e un coefficente esponenziale a New York.

A Los Angeles la gente guida rilassatissima, le strade sono larghe come aeroporti e la cordialità alla guida, salvo zone come Hollywood, è davvero diffusa. Anche a Downtown di L.A. è possibile imbattersi in alcuni incroci in cui tutte e quattro le strade hanno lo STOP. Chi sopraggiunge si ferma, aspetta, negozia la precedenza a colpi di sopracciglio, vai tu, no vai tu, no dai vai tu, poi riparte piano piano. In California quando scatta il verde le auto impiegano ben più di qualche secondo a ripartire. Mai sentito il rumore di un clacson californiano.

Tutto procede in modo simile fino al Missouri. Poi raramente si avverte il gorgeggiare di un clacson, il fischio di una frenata tardiva, ma niente di più. In Pensylvania inizi a sentire che qualcosa sta cambiando perchè le auto dietro di te ti addentano il paraurti posteriore, ti stringono in sorpasso e man mano che ti avvicini al consine di stato ad EST le cose peggiorano.

In New Jersey sembra di essere sulla A1, gente che sorpassa da tutte le parti e che ti sfanala se vai piano, oltre ad offenderti i parenti a casa. A New York è il delirio completo. I camion hanno il mozzo della ruota con il rostro come la biga di Ben Hur.

Guerra al bacon

Bacon Chese Fries
Gli Americani sono ghiotti di Bacon. Più che una passione è un’ossessione. Più che un’ossessione è una follia collettiva.

Il Bacon è ovunque, dalla prima colazione allo spuntino dopocena. Lo trovi quasi sempre fritto e croccante, in molteplici configurazioni, dorato e bisunto come solo lui sa essere. Esistono uova al bacon, panini al bacon, pasta al bacon, hamburger al bacon, bistecche al bacon, patatine al bacon, frullati al bacon, cereali al bacon, crocchette per gatti al bacon (non è uno scherzo) e si narra di una fantomatica torta al cioccolato al bacon (ce lo ha raccontato Leah).

Non sono riuscito ad evitarlo per più di 12 ore. Ogni volta che mi distraevo e mangiavo distrattamente la prima pietanza disponibile, il bacon riappariva da qualche parte, specialmente tra le mie ignare ganasce. E vabè, masticavo e deglutivo, tanto ormai…

Ho finalmente capito che fine ha fatto Kevin Bacon, se lo sono mangiato. Se Bin Laden fosse fatto di bacon, lo avrebbero fatto fuori il 12 settembre, per colazione.

La cucina italiana in America

Baker
Arrivati a New York stanchi degli innumerevoli hamburger, scrambled eggs e french fries ci eravamo ripromessi di provare la cucina italiana della city, famosa in tutto il mondo. Una sera, uscendo da B&H, siamo andati a mangiare in un ristorante italiano sulla 35esima strada.

Che meraviglia!

Acqua frizzante invece delle solite softdrink, finalmente un po’ di vino. Pane come si deve, e una bella pasta: “spaghetti alla carbonara”. Con il bacon…

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Un rientro difficile

Questa volta ho sofferto il colpo. Devo ammetterlo. Non che in passato fosse facile rientrare dai lunghi viaggi, ma forse le condizioni erano diverse e sicuramente ero diverso io.

L’entusiasmo prepartenza si trasformava, con il trascorrere del viaggio, in entusiasmo prerientro e l’ultima settimana fuori veniva dedicata al pensiero delle cose da fare appena tornato. Prova ne è il fatto che ho regolarmente smesso di fare foto e quindi non esistono ricordi visibili delle mie ultime settimane in Nuova Zelanda nel 2005.

Questa volta è diverso e nonostante mi faccia piacere tornare a Vienna, non mi é piaciuto per niente lasciare gli Stati Uniti. Avevo appena scoperto NY, dopo due giorni di puro disprezzo per una cittá chiassosa e poco accogliente, fatta di insegne e turisti, mi é bastato un club con la musica sbagliata con Leah nel Village e una passeggiata notturna con Marco e Letizia nell’east Village per ricredermi; non era la cittá ad essere sbagliata, ma sbagliato era il quartiere in cui avevo prenotato l’alloggio. Mai piú a Times Square, mai piú.

Non so se scriverò molto o poco delle settimane precedenti NYC, ma alcune riflessioni sicuramente emergeranno nei prossimi post. Non credo di aver capito tutto degli USA ma aver visto le distese di mais e girasoli per giorni e giorni, gli enormi WalMart e il modo di vivevere fuori dalle grandi cittá mi ha offerto una visione privilegiata di una cultura vicina quando siamo online, lontana per quasi tutto il resto.

Questa volta sono anche riuscito a staccare la spina, adesso si tratta di riuscire a riattaccarla. Ma questo volo da Milano per Vienna sta per partire e di questo ne parliamo alla prossima.

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