Everithing is paninable

sandwich

Una delle cose che ho imparato in Sicilia nei giorni passati è che “everithing is paninable”.
Dal semplice prosciutto alla carne di cavallo, dalle melanzane alle sarde alla beccafico, tutto è paninabile.
Addirittura il pane è persino superfluo, dato che l’altra sera mi è stato proposto (e chiaramente non mi sono certo rifiutato di divorare) un “tramezzino”. All’inizio non riuscivo a capire per quale motivo mi venisse offerto un sandwich nel mezzo di una cena a base di carne ai ferri. Poi mi è stato spiegato che si sarebbe trattato di due polpette di manzo con in mezzo prosciutto cotto e mozzarella.

E per quanto mi riguarda, “everything that is paninable, is mangiable”.

Picture by Tazzmaniac on DeviantArt

WorkingCapitalCamp Catania – Grazie a tutti

Luca Sartoni

Vorrei ringraziare tutti coloro che ho incontrato ieri durante il WorkingCapitalCamp a Catania.
Nelle prossime ore parlerò dettagliatamente di Catania, della Sicilia e di tante altre cose che ho visto in questi giorni.
Per il momento mi limito a ringraziare tutti, davvero tutti.

Qui le altre foto del camp.

Periodo intenso

Dalla finestra

Che dire, ultimamente sono sempre in giro. Al punto che sia mia madre che mio padre hanno preteso di diventare miei amici su Latitude. Così se prima mi chiamavano per sapere dove fossi, adesso mi chiamano per verificare che Latitude stia funzionando davvero.

Trenitalia pagherà i debiti attraverso la mia carta di credito, visto il numero di treni che ultimamente sto utilizzando.

L’hana-bi, la spiaggia a cui sono legato, ha aperto già da qualche weekend ma io sono riuscito a passarci solo per qualche minuto, giusto il tempo di verificare il lavoro di telecom nell’installazione della linea ADSL e poi sono dovuto scappare. Dario come spesso succede ha coperto la mia assenza.

Ieri ho preso il volo windjet da Fiumicino a Catania, dato che domani presento RBC al WorkingCapitalCamp. Si è trattato del volo più turbolento della mia vita. Di solito la mia routine di volo è: salire sull’aeromobile, dormire, scendere dall’aeromobile. Ieri invece non c’è stato verso. Forte vento e scossoni per tutto il viaggio. Ad un certo punto mi sono girato e c’era una vecchina che mormorava e contemporaneamente sgranava le perline del rosario. Immediatamente mi sono trovato a sgranare anche io le mie perline.

L’atterraggio è stato morbidissimo e invece del consueto applauso italico, si è sentito solo un sospiro di sollievo. E il rumore dei sacchetti di carta che venivano richiusi.

Dopo 7 anni ho incontrato nuovamente mio cugino. Il tempo sembra non passare mai, a volte.

In questi giorni sono ospite di Fullo a Giardini Naxos. Ieri tempesta, ma oggi sole, caldo e wifi. Colazione con granita e brioche. Posso lamentarmi? Non credo proprio. 🙂

Ipercubi

Ipercubo

Nel 1974 il matematico e scultore ungherese Ernő Rubik inventò un rompicapo sorprendente, destinato a diventare il giocattolo più venduto nel 1982: il “cubo magico” o più comunemente conosciuto come “cubo di Rubik“.

Dopo più di vent’anni dalla sua nascita, mentre mi aggiravo dentro un centro commerciale, ho incontrato il mio primo cubo. Se ne stava lì, luccicante e multicolore, come un qualsiasi ammasso di ingranaggi plastici nel turbine consumistico della distribuzione commerciale.

E così dopo qualche minuto lo facevo roteare tra le mani senza uno scopo o una convinzione, nella piacevole esperienza di vederlo mutare ad ogni mossa. Sapevo perfettamente che non aveva niente di magico e che entro poco tempo sarei riuscito a dominarlo.

Così all’inizio ho tentato di capire esattamente come funzionasse, poi l’ho messo su una mensola sperando che si risolvesse da solo. Dopo qualche tempoho deciso che avrei risolto il mistero nel solito modo: Google. In cinque minuti ho trovato una guida, in due mesi l’ho imparata a memoria, in due anni l’ho perfezionata e adesso in 90 secondi risolvo qualsiasi cubo 3x3x3.

Ma la parte interessante di questa dissertazione viene adesso. Ci sono due questioni fondamentali sulle quali mi va di riflettere.

Ritenere che il cubo sia elemento isolante, parcellizzante e alienante è estremamente errato. Sarà il fascino retrò, la curiosità di un oggetto colorato, la morbosa attrazione verso le questioni altrui, ma il cubo di rubik attira più curiosi di quanto il miele faccia con le mosche. Dalle stazioni della metro di Londra all’aeroporto di Catania, ogni volta che mi metto a giocare con il cubo, qualcuno si avvicina e inizia una conversazione. Quattro chiacchiere leggere senza grosse pretese e le attese si colorano piacevolmente.

Tranne quando giunge la domanda demoralizzante: “ma qual’è il trucco?” [*]. Come se ci fosse un’alchimia segreta attraverso la quale, la metafisica riuscisse li dove l’uomo non può giungere. Persone alla ricerca di qualcosa di magico che allinei i colori e e facce. Oppure qualcosa di semplice che risolva i problemi in un soffio.

Ma il trucco non c’è, c’è solo un procedimento da seguire e qualche variabile da interpretare. E questo delude l’interessato di turno, il quale anzichè rallegrarsi dall’assenza di trucchi, si demoralizza che tutto sia normale, difficile ma fattibile. Come tutte le cose della nostra vita.