Presenza o persistenza?

Alcuni amici hanno diversi account su Skype, MSN, Gtalk. Allo stesso modo hanno diversi telefoni cellulari ed altrettanti numeri di telefono. Mi dicono che differenziare gli account e i numeri serve loro per impedire agli scocciatori di raggiungerli durante le ferie o fuori orario.

Io ho sempre preferito convergere tutta la mia presenza su un unico account per ogni servizio, e se fosse possibile condenserei tutti i servizi in uno solo. Vedo la presenza sui vari servizi come la rappresentazione di me, un po’ come il profilo di Facebook e non riesco a differenziare la mia persistenza a seconda dell’ora del giorno o del giorno della settimana.

Riesco solo a decidere se sono connesso al mondo, e allora accendo il telefono e mi collego a qualunque cosa riesca a collegarmi, oppure non ci sono e spengo tutto. Se non ho voglia di parlare con qualcuno non ci parlo, declinando gentilmente per mancanza di tempo, o semplicemente non rispondendo.

Stessa cosa per l’email. La ridondanza di account la uso solo per sopperire all’incertezza di funzionamento. Se non mi arriva qualcosa sulla mail principale la faccio rispedire su una delle secondarie. Ma non divido l’email di lavoro da quella personale. Per me tutto è personale, anche il lavoro.

Sarebbe bello se qualcuno volesse condividere con me la sua opinione nei commenti. Grazie in anticipo a chi vorrà farlo.

Spigolature

Avril Lavigne è troppo sensuale e non potrà esibirsi in Malesia. Cattive notizie, Laura Pausini non la ferma neanche la sharia.

Janet Jackson, visto lo scarso successo delle ultime performance canore, si è messa a disegnare biancheria intima. Suo fratello si occupa di colorarla.

Umberto Veronesi presenta le pillole anticancro. I riscontri statistici sono impressionanti. Nessuno dei volontari che si ha assunto la pillola ha riscontrato alcun tipo di tumore nei mesi successivi. La pillola miracolosa è una zigulì al cianuro.

A Firenze un rapinatore utilizzava il taxi per la fuga dopo le sue scorrerie. Dopo essere stato arrestato ha dichiarato: “per fortuna mi avete arrestato, prendendo il taxi ci stavo rimettendo”

L’universo va sempre più veloce. Pronto il superautovelox.

Mazza, non capire una

mazza
Picture by youconcrack on DeviantArt

Dice Enzo Mazza, presidente di Fimi (Federazione dell’industria musicale italiana), oggi su Repubblica:

“Il sequestro di siti è normale in tutto il mondo. Proprio nei giorni scorsi in Francia c’è stata una decisione identica, di un giudice, contro un sito razzista”.

il fatto che PirateBay non sia un sito razzista, che non siamo in Francia, e che anche i giudici non sappiano spesso che pesci pigliare su questioni controverse come la separazione tra contenuti e mezzi (file e link), dovrebbe far riflettere l’autore di questa affermazione.

Io propongo di sequestrare il sito di SIAE. Che ci frega se non c’è alcuna ragione per farlo, tanto è normale in tutto il mondo! Proprio nei giorni scorsi in Francia c’è stata una decisione identica, di un giudice, contro un sito razzista!

Detassazioni

Sarà che pago le tasse per intero dal 2001, e come libero professionista di sinistra ho sempre visto le cose in modo un po’ radicale, ma l’idea di detassare i premi che il CONI elargisce agli atleti medagliati italiani proprio non mi trova d’accordo.

Chi lavora da dipendente, collaboratore, consulente, imprenditore paga le tasse in un certo modo, perchè lo sportivo non dovrebbe farlo?

Che importanza ha se questi premi arrivano solo ogni quattro anni, solo dopo lunghi periodi di preparazione, dopo tanto impegno? Qualsiasi altro mestiere non richiede gli stessi sacrifici?

L’operaio in fonderia lavora tutti i giorni, il collaboratore pure, il consulente anche e l’imprenditore corre il rischio d’impresa, che comunque se ne pensi del termine, è sempre una responsabilità assai cara.

Ciò nonostante non la penso come MCC, e neanche come Wolly. Diciamo che loro sbilanciano un po’ troppo dall’altra parte, quella un po’ troppo facilona…

Ipercubi

Ipercubo

Nel 1974 il matematico e scultore ungherese Ernő Rubik inventò un rompicapo sorprendente, destinato a diventare il giocattolo più venduto nel 1982: il “cubo magico” o più comunemente conosciuto come “cubo di Rubik“.

Dopo più di vent’anni dalla sua nascita, mentre mi aggiravo dentro un centro commerciale, ho incontrato il mio primo cubo. Se ne stava lì, luccicante e multicolore, come un qualsiasi ammasso di ingranaggi plastici nel turbine consumistico della distribuzione commerciale.

E così dopo qualche minuto lo facevo roteare tra le mani senza uno scopo o una convinzione, nella piacevole esperienza di vederlo mutare ad ogni mossa. Sapevo perfettamente che non aveva niente di magico e che entro poco tempo sarei riuscito a dominarlo.

Così all’inizio ho tentato di capire esattamente come funzionasse, poi l’ho messo su una mensola sperando che si risolvesse da solo. Dopo qualche tempoho deciso che avrei risolto il mistero nel solito modo: Google. In cinque minuti ho trovato una guida, in due mesi l’ho imparata a memoria, in due anni l’ho perfezionata e adesso in 90 secondi risolvo qualsiasi cubo 3x3x3.

Ma la parte interessante di questa dissertazione viene adesso. Ci sono due questioni fondamentali sulle quali mi va di riflettere.

Ritenere che il cubo sia elemento isolante, parcellizzante e alienante è estremamente errato. Sarà il fascino retrò, la curiosità di un oggetto colorato, la morbosa attrazione verso le questioni altrui, ma il cubo di rubik attira più curiosi di quanto il miele faccia con le mosche. Dalle stazioni della metro di Londra all’aeroporto di Catania, ogni volta che mi metto a giocare con il cubo, qualcuno si avvicina e inizia una conversazione. Quattro chiacchiere leggere senza grosse pretese e le attese si colorano piacevolmente.

Tranne quando giunge la domanda demoralizzante: “ma qual’è il trucco?” [*]. Come se ci fosse un’alchimia segreta attraverso la quale, la metafisica riuscisse li dove l’uomo non può giungere. Persone alla ricerca di qualcosa di magico che allinei i colori e e facce. Oppure qualcosa di semplice che risolva i problemi in un soffio.

Ma il trucco non c’è, c’è solo un procedimento da seguire e qualche variabile da interpretare. E questo delude l’interessato di turno, il quale anzichè rallegrarsi dall’assenza di trucchi, si demoralizza che tutto sia normale, difficile ma fattibile. Come tutte le cose della nostra vita.