You put me in the right direction

Transmissions

Giornata grigia quella di ieri, ma solo da un punto di vista meteorologico. Appuntamento alle 13.12 alla stazione di Bologna con Mr.Nonsochì, per conto di qualcuno che non si dice (così impara a non attribuire le foto al legittimo proprietario).

Parcheggio selvaggio davanti alla stazione di Bologna e una ventina di minuti d’anticipo per cercare una buona frase d’introduzione in inglese, per un musicista che mi avevano detto essere molto importante.

Ovviamente io, fino al giorno prima, neanche sapevo della sua esistenza. Ma siccome neanche lui sapeva della mia, il nostro ignorarci a vicenda non creava alcun tipo di squilibrio al genere umano.

“Nais tu mit iu mister ciatman” – NO, “Caind tu mit iu mister ciatman” – NO, “aim plisd tu mit iu mr ciatman” – NO.
A parte il fatto che non si chiama “ciatman” ma “ciatham” con l’acca nel mezzo, e poi qualcosa da dire la troverò al momento giusto, d’altra parte trovo qualcosa da dire anche al momento sbagliato, non avrò certo problemi neanche stavolta. Ma soprattutto, come lo riconosco, dato che non l’ho mai visto? Beh lasciamo alla sorte il compito di farci incontrare. Pressappoco sta sui cinquant’anni e fa un concerto chiamato “Guitar Trio”, avrà una benedetta chitarra con se. Altrimenti qualcosa mi invento.

Ed infatti, sull’eurostar proveniente da Napoli, di cinquantenni con la chitarra ce ne era solo uno e con “nais tu mit iu mister ciatham” ho risolto anche la questione dell’approccio. Lui di risposta mi ha chiesto il nome, il cognome, dove abitassi e poi, in macchina, come con tutti gli artisti che ho avuto modo di scarrozzare ultimamente è giunta anche la fatidica domanda: “Quanta gente abita a Ravenna?”.

Che nesso ci sia tra il numero di abitanti di Ravenna e qualsiasi altra cosa nel cosmo mi è tuttora oscuro ma a quanto pare non sei un vero artista se non ti interessi di questo particolare demografico.

Volevo chiedere al signor Chatham se fosse possibile riprendere una parte del backstage, giusto per avere un po’ di materiale per un mio progetto estivo di carattere documentaristico, ma alla fine l’entusiasmo è stato ben accolto e oggi mi ritrovo con un mal di testa da concerto, una decina di foto, più di sei ore di video registrato con due videocamere, una registrazione digitale di tutto l’audio del concerto e un plettro in tasca. Oltre alla disponibilità di Rhis Chatham di poter pubblicare tutto ciò che voglio.

Oggi mister Chatham è stato riaccompagnato alla stazione di Bologna, pronto per un altro Guitar Trio nella notte milanese.

E questa è una piccola preview di quello che è stato e di quello che sarà. Buona visione.

Rhys Chatham – Guitar Trio @ Bronson from Luca Sartoni on Vimeo.

Video disponibile anche su youtube.

Grazie a: Rhys Chatham, Chris, Francesco Giampaoli, Paolo Iocca, Marcella Riccardi, Egle Sommacal, Michele Monti, Olivier Manchion, Angelo “Gelo” Casarrubia.

ah… le donne!

Oggi sono andato al supermercato per comprare il lievito di birra senza il quale pareva sarebbe crollato il tetto della casa. Una volta recuperato il prezioso agglomerato di fermenti, aver speso la mirabolante cifra di sedici centesimi alla cassa del supermercato e aver immesso nell’atmosfera dodici tonnellate di CO2 durante il viaggio, ho chiesto a mia nonna di mostrarmi come utilizzare quel prezioso ingrediente per fare il pane.

Purtroppo il mio concetto di “imparare a fare il pane” è assai distante dal concetto che mia nonna ha di “insegnare a fare il pane”.

Io immaginavo tutti i procedimenti precisi: fare la fontana con la farina, aggiungere questo e quello, impastare, eccetera.
Per lei invece tutto si limita a: “fai così, fai cosà, ecco ho già fatto”.

Immaginavo anche di fare tutto con la mie mani in modo da trarne una reale esperienza profonda.
Lei invece mi ha fatto trovare l’impasto già fatto perchè io tanto non so fare.

Io inoltre misuro gli ingredienti in grammi e litri. Lei in pugni, manciate, pizzichi, scodelle.

Riguardo agli insulti invece la pensiamo nello stesso modo ma il risultato è che lei sa fare il pane e io invece sto qui a scrivere questo post…

Ah… le donne!

Due respiri che mi avanzano

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Picture by Dibutade on DeviantArt

Nella vita ci sono treni che si prendono e treni che si perdono. Quando si perde un treno è molto difficile che lo si possa raggiungere ma gli si può correre dietro molto a lungo. Poi ci si rende conto che si sta sudando, facendo fatica e che comunque il treno ormai è già andato.

Ho passato questi ultimi tre anni nel ricordo di qualcosa che è passato, una vita fatta di nuvole lunghe su un mare spazzato dal vento. Di mattine buie mentre raggiungevo il dojo di Sandringham Road e strani figuri che mi dicevano “good morning” anche se erano le cinque di mattina, in un febbraio neozelandese che sembrava che il giorno non volesse arrivare mai.

Forse un giorno passerà un altro treno diretto in quella direzione ma questo ormai è perso. E io sono sudato e troppo stanco per continuare ad inseguirlo. Potrei aspettare il prossimo, che non sarebbe mai comodo e divertente come quello già andato oppure potrei scegliere un’altra destinazione.

Sono successe cose che mi hanno fatto pensare seriamente. E se le cose serie le ho sempre rifuggite, questa volta mi stanno attraendo come fossero calamite ricoperte di colla.

Nei primi mesi del prossimo anno lascerò la mia casa e le mie abitudini per affrontare alcuni progetti a Londra. Cercherò casa, cercherò lavoro e mi lamenterò di quanto il cibo faccia schifo oltreconfine. Continuerò l’avventura con Intruders.TV perchè mi sta portando enormi soddisfazioni ma quello che sarà di tutto il resto solo il tempo me lo potrà dire.

Ogni decisione importante deve essere presa nell’arco di sette respiri, sostiene l’hagakure. Io l’ho presa in soli cinque. Gli ultimi due li tengo da parte per quando ne avrò bisogno.

VC VC VC ma checcavolo è sto VC?

Tra tutti i neologismi e gli acronimi che sono nati su Internet questo, che non affatto nato in rete, è quello che ogni volta non riesco a ricordare. Così alle conferenze la gente parla di “vì-ssì” e io perdo dieci secondi e capire di cosa stiano parlando.
Il Venture Capital o capitale di rischio (o di ventura, affidandosi all’etimo) è una certa quantità di denaro che viene offerta in finanziamento ad una impresa di piccole dimensioni, nell’ottica di aiutarla a crescere e di riuscire ad ottenere indietro la cifra iniziale moltiplicata per fattori che possono superare ampiamente la decina. Ovviamente questo genere di investimento è tra i più rischiosi in assoluto.

Recentemente ho conosciuto tre persone che si occupano di queste cose. La prima persona è Reshma Sohoni, CEO di SeedCamp.

SeedCamp

SeedCamp è un progetto che si propone di aiutare le piccole imprese a raggiungere traguardi importanti. All’inizio dell’anno è stata svolta la “SeedCamp week” in cui venti piccole realtà imprenditoriali vengono selezionate e messe in contatto con persone provenienti da grandi aziende affermate. Attraverso l’interazione con questi mentori e ad un periodo di tempo fortemente organizzato e strutturato alla formazione, queste aziende evolvono e vengono ulteriormente selezionate. Di queste venti ne sono state scelte sei, alle quali è stato acquistato il 10% della proprietà in cambio di cinquantamila euro. Per il resto dell’anno verranno accompagnati passo-passo nello sviluppo delle loro attività e successivamente avviati alla fase successiva di Venture Capital.

La prima fase affrontata da SeedCamp, si chiama “Seed Stage Founding”, cioè finanziamento germinale, se mi si lascia questa licenza dialettica. In pratica è piantare il seme e vedere se nasce qualcosa. Se questo dovesse avvenire, verranno successivamente avviati i piani di finanziamento successivi, finalizzati alla crescita di un albero sano e robusto.

A questo punto entra in scena il secondo personaggio che recentemente ho conosciuto: Yoav Leitersdorf.
L’incontro con Yoav è stato stato molto curioso, ma forse solo per me che non sono abituato a certe situazioni. Mentre mi trovavo a Berlino, al web 2.0 Expo ho ricevuto un messaggio su crowdvine, ne quale mi si chiedeva se fosse possibile incontrarsi per scambiare due chiacchiere. Così è stato e insieme ad Alberto Dottavi ho avuto modo di conoscere un altro protagonista del VC.

YL Ventures

Il video dell’intervista a Yoav sarà disponibile prestissimo, ma per il momento mi limito a raccontare l’attività svolta dalla sua impresa, la YL Ventures.
L’azienda di Yoav entra in scena successivamente alla fase di seeding, quindi la piccola impresa è già avviata sul piano organizzativo e ha già superato la prima fase di rischio. A questo punto vengono valutati i parametri di crescita e vengono erogati fondi per cifre molto alte. Si parla di numeri che superano le 6 cifre. Yoav sostiene che il fattore moltiplicativo di questa fase di finanziamento supera il 20 e che i casi di successo sono intorno ai 3 su dieci. YL Ventures, a detta del suo Managing Partner, preferisce mantenere fattori moltiplicativi più basi in cambio di rischi minori, per cui si limita a 5 per quanto riguarda il capitale di ritorno e rimane intorno ai 7 casi di successo su 10.

E in Italia?

Bella domanda… Recentemente ho partecipato al VentureCamp a Roma, un barcamp in cui il tema principale era il capitale di ventura ma la sensazione che ho avuto, da profano, è che molti dei partecipanti siano usciti dal barcamp con la conferma alle loro convinzioni iniziali: l’Italia non è terreno fertile per questo genere di cose.
Un esempio per tutti: Fabrizio Capobianco di Funambol

Funambol

Fabrizio Capobianco non riuscendo a trovare terreno fertile in Italia, si è trasferito negli Stati Uniti, ha preso la green card e ha fondato il suo progetto. La sua azienda risiede negli USA ma ha deciso di mantenere lo sviluppo in Italia. Queste sono le sue dichiarazioni ad Alessio Jacona di blogs4biz durente il VentureCamp:

“Gli americani hanno i loro schemi. Se decidono di finanziarti, poi ti vogliono avere vicino, a portata di mano. Hanno bisogno di sapere che, se qualcosa non va, in cinque minuti possono essere nel tuo ufficio e fare la voce grossa”

Sempre su blogs4biz si scopre che:

Funambol resta un’azienda italiana: dei 70 dipendenti attualmente sul libro paga, 40 sono a Pavia, dove sviluppano il software collaborando con la comunità open source. In pratica i finanziatori americani hanno investito su un’azienda offshore.

Questa realtà curiosa, in cui i soldi stanno negli USA e il lavoro è a Pavia, è lo specchio di una realtà che vive di piccola impresa dove molto spesso la conduzione familiare vede tradizionalmente di cattivo occhio la possibilità che altri agenti economici entrino nella proprietà della realtà produttiva.

Il mestiere più antico del mondo

whore
Picture by Black-Eyes on DeviantArt

Perchè nascondersi dietro ad un dito? Ci sono persone che campano facendo proprio quello. Hanno amici, conoscenti, datori di lavoro e clienti. Vivono praticando questa professione, superando ogni barriera di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Queste persone traggono grande soddisfazione dall’esercizio di questa attività, sia economicamente che psicologicamente. Si possono incontrare in case private, in pubblici esercizi, sulle statali di provincia, dietro i vetri appannati delle auto parcheggiate nei viottoli fuori mano. Nei bar, sulla spiaggia, sulle piste sudate delle balere di paese, nei confessionali di noce intarsiato, attaccate ad una sigaretta o riverse sulla terra stordite dai fumi alcolici.

Hanno prosperato nei sobborghi lerci e malavitosi delle città dell’800, nelle capanne pellerossa, nei fortini dei cowboy. Alla corte dei sovrani e nei parlamenti, sia sui banchi che sotto di essi.

Come avrete ben capito, il mestiere più antico del mondo è quello del moralista, che non riposa neppure durante l’estate, prosperando anche nei luoghi di villeggiatura.

Settanta mi da tanta… voglia di RomagnaCamp

goldfish
Picture by HumanGrunt on DeviantArt

Oggi si è iscritto il settantesimo partecipate al RomagnaCamp e il nostro entusiasmo sale alle stelle.

Perchè RomagnaCamp?

C’era davvero la necessità di un altro barcamp nella folta selva che sta crescendo sul wiki barcamp.org?

Tutto sta nel riuscire a spiegare cosa siano i barcamp per me.

Quando ho sentito parlare la prima volta di barcamp, non mi sembravano niente di che. Poi durante il RomeCamp, su sollecitazione di Elena, ho guardato lo streaming e mi ricordo Svaroschi che raccontava che cosa fosse Twitter.
Carino come evento, ma niente di che.

Poi c’è stato il MarCamp e abbiamo partecipato. Caspita, che esperienza. Tanta gente interessante, tante occasioni per parlare di tutto quello che normalmente nuota dentro quell’acquario variopinto che chiamiamo monitor. Stavolta i pesciolini si potevano incontrare dal vivo.

In occasione del CitizenCamp ho avuto modo di partecipare ancora più attivamente alle discussioni e lo ZenaCamp mi ha visto persino protagonista.

Ma tutto questo come giustifica la decisione di organizzare un BarCamp senza tema e in terra di Romagna?

Quello che sin ora è mancato agli altri camp

Ogni volta si torna a casa e si pensa a quanto sia stato bello. E se i BarCamp sono nati come il distillato delle cose belle nelle conferenze, cioè la socializzazione e le chiacchiere libere, il RomagnaCamp cercherà di enfatizzare le marginalità piacevoli intorno al BarCamp

Che cosa intendo di preciso

Moltissimi episodi di contorno ai BarCamp vissuti sin ora, sono rimasti nel mio cuore e sono parte di me.
La passeggiata ad Ancona per trovare un caffè e la conseguente scenetta nel bar, la cena al Byblos in occasione del CitizenCamp, la twitterPresentazione al sapore di spritz al VenetoCampExpo, la cena imprevista prima dello ZenaCamp, la cena prima e dopo il FemCamp.

Tutte cose organizzate lì per lì, senza un preavviso, senza un programma. Forse era il loro bello, ma molte persone non hanno partecipato solo perchè non erano al posto giusto al momento giusto.

Tre giorni per stare tutti insieme

Per questa ragione abbiamo pensato che scegliere un bel posto, che potesse permettere di condividere anche tutti gli istanti a margine del barcamp, sarebbe stata un buoina idea.

Per questo motivo abbiamo deciso di fare tutto quello che potevamo in questa direzione, organizzare l’ospitalità e trovare un posto adatto. Il RomagnaCamp si svolgerà sabato 8 settembre 2007 al BocaBarranca, a Marina Romea; il giorno prima e il giorno dopo saremo organizzati per offrire il massimo a chi vorrà prendersela comoda e godersi tre giorni in riviera.

Stiamo organizzando l’ospitalità alberghiera e le convenzioni per la ristorazione, gli spazi per chiacchierare per tre giorni e la copertura WIFI per consentire a tutti di fruire della rete, senza problemi di carattere tecnico e legale.

Cosa ci servirebbe in questo periodo

Innanzitutto ci servirebbe l’entusiasmo dei nostri ospiti, ma su quello sappiamo di poter contare. Noi non vogliamo “creare” un BarCamp, ma vogliamo “ospitare” un BarCamp. Lo chiamiamo “nostro” solo perchè la gestazione ce lo sta facendo amare ancora prima che sia giunto qui, ma nella realtà non sarà di nessuno. Sarà di tutti coloro che vorranno esserci.

A dire il vero una cosa ci farebbe proprio comodo in questo periodo: qualche sponsor. Purtroppo le spese iniziano a presentarsi e in un qualche modo vorremmo riuscire a coprirle nel migliore dei modi. Renderemo pubblico il bilancio consuntivo del RomagnaCamp perchè sia chiaro che oguno di noi ha già un lavoro dal quale mangia e questo vuole essere un impegno senza lucro.

Il RomagnaCamp, nell’acquario che abbiamo in testa è già bello; grazie ai settanta pesciolini che si sono già iscritti e a tutti quelli che si iscriveranno da qui a settembre, siamo sicuri che sarà meraviglioso anche fuori dalla vasca.

[Ten Aikido Tips] – Crescita

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Picture by greycobain on DeviantArt

Per fare un uomo servono 1000 kg di riso. Non tutti insieme.

L’aikido mi ha insegnato che ogni obiettivo richiede il completamento di un percorso che non può essere evitato. Le scorciatoie sono delle strade senza uscita e conducono di sovente a baratri senza fondo.

Nella salita verso la vetta della montagna, non ci si deve concentrare sulla cima da raggiungere, ma su ogni singolo passo in modo da renderlo unico e meritevole di essere stato compiuto.

Voler evitare le fatiche e voler accorciare i tempi, porta necessariamente ad una perdita di valori che sono alla base dell’arte che si sta studiando. Non è possibile migliorare se stessi senza rendersi conto di quanto sia importante crescere in modo armonico.

Inoltre non si deve mai prendere qualcun altro come metro della propria crescita. Ognuno è fatto a suo modo e ha i propri ritmi. Il sano spirito di gruppo e il supporto reciproco non devono trasformarsi in competizione per il raggiungimento degli obiettivi.

Gli obiettivi devono essere la crescita personale e la perfezione nella pratica dell’arte, non il riconoscimento mediante passaggio di grado, i complimenti ricevuti o il raggiungimento di uno status.

La crescita è un processo lento e continuo. Evitarla non significa arrivare prima ma significa, semplicemente, non crescere.

[MoB] – Making of Barcamp

barcampromagna.png

Mettendo un biglia su una superficie inclinata, questa inizierà a rotolare verso il basso, aumentando la propria velocità in modo crescente. Dopo poco, la velocità della sferà sarà inarrestabile e quello che era cominciato per gioco diventerà qualcosa di molto più serio.

Ci sono solo due casi in cui la pallina si fermerà: una salita molto ripida, in grado di sottrarre enrgia cinetica per convertirla in noiosissima energia potenziale, oppure un ostacolo contro il quale la povera massa rotolante andrà a sbattere regalando la sua preziosa quantità di moto ad un urto del quale non si conoscono le conseguenze a priori.

La biglia in questione, ignara del suo destino è stata appoggiata il 24 febbraio 2007 in quel di Ancona. Ha continuato a rotolare verso Casalecchio, Roma, Genova e Mestre.

Avendo raggiunto una velocità considerevole ed essendosi trovata affiancata da altre biglie velocissime, aveva ormai raggiunto una condizione di moto assai preoccupante. Non avendo incontrato salite troppo irte, le nostre sfere hanno prodotto un urto violentissimo nelle nostre teste e hanno dato origine a un’idea precisa: RomagnaCamp!

La romagna è sempre stata terra di divertimento, convivialità e mare. Quale miglior occasione per mescolare il divertimento di un barcamp, la convivialità di un weekend di vacanza e la suggestione che solo il mare riesce a regalare?

Elena ed io, ci stiamo lavorando da una decina di giorni; adesso che molti nodi sono stati sciolti, possiamo iniziare a fare outing. Il RomagnaCamp si farà senza ombra di dubbio. Se la metà dell’entusiasmo che ci stiamo mettendo per organizzarlo verrà trasmessa ai partecipanti, allora sarà davvero qualcosa di straordinario.

Per maggiori informazioni riguardo a luoghi, tempi e modi, andate a leggere la pagina ufficiale del RomagnaCamp. Per tutte gli accadimenti da qui al suo compimento, troverete tutto aggregato con il tag MoB (Making of Barcamp) qui e da Elena.

P.S. Il logo e la grafica del RomagnaCamp sono stati realizzati da Bus3. Si esatto, lo stesso Bus3 che ha sempre fatto il polemico nei confronti dei barcamp. Lo abbiamo coinvolto nell’organizzazione e sono sicuro che si divertirà moltissimo. Questo è il potere del WEB 2.0, la partecipazione.

[Ten Aikido Tips] – Eleganza

aikido keikogi
Picture by behind-the-world on DeviantArt

L’eleganza è quella cosa che distingue qualcosa di bello da qualcosa di brutto. Rende leggere le cose pesanti e semplici le cose complicate.

Qualcosa di elegante non ha niente di superfluo e non manca di particolari fondamentali.

Eleganza nel vestire

L’abbigliamento di un aikidoka è composto da 4 elementi fondamentali: keikogi, cintura, hakama, eleganza nel metterli insieme.

Il keikogi è di cotone pesante ed è composto da pantaloni e casacca bianchi. Lo si veste per primo ed è la parte dell’uniforme che un praticante non cambierà mai durante la sua carriera. Dovrebbe essere sempre pulito e candido. Subendo molte sollecitazioni, a lungo andare potrebbe avere degli strappi. Sono il simbolo dell’uso e della passione del suo utilizzatore, pertanto alcuni di essi vengono sfoggiati con soddisfazione. Durante le cerimonie e le manifestazioni, è buon norma usare un keikogi particolarmente nuovo e stirato come simbolo del rispetto verso chi partecipa all’evento.

La cintura varia di colore in base al grado raggiunto dal praticante. La tradizione ammette solo due colori: il bianco che simboleggia la fase di preparazione e il nero per chi, invece, ha raggiunto l’ammissione alla scuola in cui pratica. Per una convenzione, in modo da separare in modo più preciso i praticanti, alcune scuole utilizzano diversi colori, esattamente con le scuole di karate. I colori normalmente utilizzati, partendo dal grado più basso, sono: bianco, giallo, arancione, verde, blu, marrone. La cintura nera continua a rappresentare l’ammissione nella scuola pertanto non va mai interpretata come un punto di arrivo, bensì un punto di partenza nello studio dell’arte.

L’hakama è un pantalone di colore blu o nero, piuttosto ampio, che si veste sopra il keikogi e la cintura. Proviene dalla tradizione samurai e ha lo scopo di nascodere i piedi all’avversario. Durante la pratica della spada, i piedi sono un ottimo indicatore delle intenzioni del guerriero, pertanto nascondendoli si impedisce di rendere prevedibili le proprie mosse.
L’hakama necessita una cura accurata per via della sua forma, dotata di pieghe nel tessuto. Alla fine di ogni sessione di pratica, l’aikidoka, spende una decina di minuti per ripiegarla correttamente.
L’uso dell’hakama viene concesso da parte del maestro al raggiungimento di un buon livello di pratica. Per le cinture nere, diviene d’obbligo indossare l’hakama durante la pratica

La completa vestizione della divisa impegna circa dieci, quindici minuti. Ogni laccio deve essere allacciato correttamente e i nodi dovranno essere stretti al punto giusto. Inoltre l’hakama richiede la realizzazione di speciali nodi per essere indossata nel migliore dei modi durante la pratica.

Eleganza nel movimento

Ogni movimento nell’aikido, ha un significato. Tutti i movimenti inutili al compimento di una tecnica devono essere evitati. Per raggiungere una determinata posizione si sceglie sempre il modo più efficace, senza perdere tempo o compiere fatiche inutili. Quando ci si sposta sul tatami si usa il minor numero di passi necessario.

Un aikidoka deve avere movimenti eleganti e belli da vedere. Se questo avviene, con buona probabilità la sua tecnica sarà di buon livello. Se invece non stimola queste sensazioni nello spettatore, allora si può essere certi della suo scarso livello tecnico.

Eleganza nel comportamento

Un aikidoka sa sempre cosa deve fare quando si trova sul tatami. Normalmente questa consapevolezza viene concretizzata nel silezio che contraddistingue la pratica efficiente. Non è mai il caso di parlare di quello che si sta facendo. Meglio concentrarsi sul farlo nel modo migliore. Per questa ragione, l’unico che parla durante le lezioni è il maestro. Questo privilegio lo carica di grande responsabilità, perchè ogni cosa che verrà detta resterà impressa nel praticante e ne influenzerà la pratica successiva.

Un aikidoka sa sempre quando è il suo turno di eseguire una tecnica e quando invece deve subirla. Non perda mai tempo, quando si trova sul tatami e ha grandissimo rispetto verso tutto quello che lo circonda.

[Ten Aikido Tips] – Fiducia

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Picture by iluminacja on DeviantArt

La pratica dell’Aikido avviene quasi sempre in coppia. Solo pochissime fasi di allenamento possono essere praticate in completa solitudine.

La disciplina e la pratica

Le tecniche vengono ripetute decine e decine di volte per fare in modo che i movimonti di cui sono composte entrino a far parte delle movenze naturali ed instintive del praticante. Tutte le volte che si studia una tecnica, l’etichetta vuole che si segua uno schema ben preciso.

Inizia sempre il praticante più anziano, o più alto in grado e inizia sempre la pratica dal lato sinistro, perchè la tradizione giapponese vuole che le cose propizie, inizino sempre a sinistra. Si scende dal letto con il piede sinistro, si sale sul tatami con il piede sinistro ecc.

Il praticante, quindi, esegue la tecnica dal lato sinistro, successivamente dal lato destro, per poi concedere al suo compagno la medesima azione. Questa abitudine, se ben applicata dai praticanti elimina i tempi morti e non necessita spiegazioni e accordi tra i praticanti. E’ così per tutti e così ci si comporta.

Spezzare la violenza, riportando l’armonia

Nella filosofia di fondo dell’Aikido non si combatte mai contro un avversario ma si combatte contro la sua azione violenta. Lo scopo di ogni tecnica è quello di eliminare il pericolo evitando di eliminare chi il pericolo lo sta esercitando. Nel caso in cui l’aikidoka venisse assalito con un intento malevolo, si comporterà in modo da evitare danni alla sua persona, eliminando l’azione pericolosa, pur salvaguardando anche chi lo sta minacciando.

Questa teoria, che affonda le sue radici nel buddismo zen, non deve far credere che l’aikido non sia cruento. Le tecniche dell’aikido sono molto efficaci e pericolose, se portate con l’intento di procurare un danno. Sarà lo spirito del praticante a decidere quale sia il giusto grado di efficacia, da applicare in caso di pericolo.

La pratica a coppie prevede l’essere alternativamente esecutore o vittima delle tecniche in esame, rendendo necessario uno scambio di ruoli. Qualsiasi dei due ruoli si stia interpretando, è richiesta la massima concentrazione per assicurare a se stessi e al proprio compagno, la completa sicurezza durante l’allenamento. Una svista o una disattenzione possono trasformarsi in inconvenienti spiacevoli, dolorosi o estremamente seri.

La fiducia come elemento fondante

Non bisogna mai dimenticare che le arti marziali tradizionali non prevedono la possibilità di trasformare in sport la loro disciplina pertanto non sono previste protezioni, paracolpi o soluzioni tecniche atte all’ammortizzazione di eventuali errori. Tutta la sicurezza è nella concentrazione e nella serietà di chi pratica.

Per questa ragione chi sta subendo una tecnica affida la sua incolumità al proprio compagno, il quale ottiene, durante il suo turno di azione, la completa disponibilità all’esecuzione delle tecniche. Questa situazione obbliga chi pratica a doversi fidare completamente del proprio compagno di allenamento. Avere un’esitazione per mancanza di fiducia può interrompere la fluidità dell’azione e comportare gravi conseguenze ad entrambi i praticanti.

Se fidarsi di un compagno abituale può essere semplice, ben più difficile è affidare la propria fiducia ad uno sconosciuto, che si incrocia sul tatami durante una manifestazione. Anche in questo caso la scelta è obbligata, ci si deve fidare di lui. Il suo grado di preparazione è certificato dal suo maestro e la sua serietà la dimostrerà durante l’esecuzione delle tecniche più semplici.

Allo stesso modo, incontrando compagni sul tatami, riceviamo la loro completa fiducia e il nostro impegno sta nel non tradirla. Mai azzardare tecniche nelle quali non siamo confidenti, mai voler dimostrare più di quanto siamo in grado di eseguire. Tradire la fiducia di chi sia affida a noi, vuol dire violare un valore fondamentale della disciplina. Le conseguenze sarebbero ben più gravi dell’infortunio che rischiamo di provocare agli altri e a noi stessi.

Perdere la fiducia di un compagno di allenamento significa rendere imbarazzante la pratica di chi si trova controvoglia a doversi allenare con noi. Questo renderebbe poco fruttuosa la nostra presenza sul tatami e nullo il nostro apprendimento. Inoltre questo genere di situazioni sono talmente inopportune da impedire il sereno svolgimento delle lezioni.

La fiducia è alla base di tutto

La fiducia è un valore che nell’aikido viene scambiato in modo profondo e completo. Questo interscambio è fondamentale alla crescita dell’arte e allo svolgimento delle tecniche. La mancanza di fiducia è limitante. Perdere la fiducia in un compagno impedirà ad entrambi di continuare serenamente il proprio percorso, obbligando a deviazioni e a rallentamenti estremamente spiacevoli.