Qualche considerazione sul trasferirsi all’estero

Ho iniziato a scrivere questo pezzo come contributo ad un gruppo su Facebook, nato in seguito ad una riunione del XPUG dal titolo: “Emigriamo tutti quanti?”. Data la lunghezza del post e l’eventuale interesse anche a chi non fa parte del gruppo, ho pensato di pubblicarlo qui, sul mio blog, in italiano.

Partire è un po’ morire?

Mi sono trasferito a Vienna a giugno del 2010, prima avevo vissuto in Nuova Zelanda per qualche mese nel 2005 e avevo comunque viaggiato molto. Non mi piace l’idea di emigrazione che alcune persone hanno in mente quando pensano ad un trasferimento. Vivere a Berlino, Vienna, Londra, San Francisco, oggi, non è lontanamente simile all’emigrazione che i nostri nonni ci hanno trasmesso. Per loro era andare con una valigia di cartone, perdere ogni contatto con la famiglia e trovarsi a combattere ogni giorno per il cibo. Ovviamente questo fardello culturale si ripercuote su molti di noi e l’idea di trasferirsi è sentita come un andare via, scappare, andare alla ricerca di fortuna altrove.

In realtà le cose sono più complicate sotto certi punti di vista e molto più semplici sotto altri. Forse il problema è che quello che può sembrarci facile è difficile e viceversa.

Le cose che sembrano difficili e invece sono facili

Parto dalle cose facili: viaggiare, comunicare, trovare casa, trovare lavoro e parlare la lingua locale.

Viaggiare non è mai stato più facile. Costa di più andare da Ravenna a Milano che andare da Ravenna a Vienna. Sia in tempo che in soldi. Qualunque città europea è alla stessa distanza, si tratta sempre di poche centinaia di euro e qualche ora. Ci possono essere eccezioni, ma di norma è così.

Comunicare con la propria famiglia o i propri amici è indubbiamente facile. Specialmente nel nostro settore siamo costantemente collegati. E le stesse persone con cui facevo chiacchiera via skype da Ravenna, sono quelle con cui faccio chiacchiera da Vienna. Magari è più difficile andare a farsi una birra insieme, ma a farsi un minimo di giro altrove ci vuole poco. Anche i miei mi chiamano su skype e mia madre mi chiama con facetime. A meno che non abitiate nello stesso quartiere della vostra famiglia, essere a 5km o a 5000km non fa differenza. Forse solo i fusi orari possono rendere la cosa un po’ più difficile.

Trovare casa, trovare lavoro e l’accesso ai servizi di base è molto semplice. Quasi tutto è online, serve solo un po’ di voglia e tempo.

La lingua del posto, una volta superata la soglia minima per fare il proprio lavoro, la si impara col tempo. Nel mio caso è vero che ancora non parlo il tedesco, ma da quando vivo e lavoro in inglese, la mia capacità espressiva è notevolmente aumentata, fino al punto in cui faccio tranquillamente lezione in inglese all’università di Vienna e continuano ad invitarmi ad ogni semestre quindi posso ragionevolmente supporre che capiscano quello che dico…

Le cose che sembrano facili e che invece sono diffici

Veniamo alle cose che sembrano facili e invece sono difficili: fare bene il proprio lavoro, sviluppare la propria startup, cambiare mentalità.

Se in Italia eravamo abituati a fare bene il proprio lavoro, pur non avendo stimoli, pur non avendo soddisfazioni, con i fornitori che ci pagavano in ritardo, quando si lavora in un contesto internazionale le cose potrebbero essere ancora più complicate. La competizione è molto più agguerrita, le aspettative sono molto più alte, le capacità che vengono richieste non sono strettamente legate alla propria nicchia professionale.

Vi faccio un esempio: se lavorare a Ravenna come sviluppatore richiede di risolvere i problemi di clienti che non sanno cosa vogliono e non capiscono il vostro reale valore, lavorare per un’azienda internazionale in terra straniera richiede esattamente la stesse cose, ma in un’altra lingua. In più si dovrà avere a che fare con colleghi di altre culture, con altre abitudini e con altri punti di vista. Per chi sa cogliere l’opportunità questo sarà un grande arricchimento personale e professionale. Per chi “senza il parmigiano la pasta io non la mangio”, potrebbe essere un problema.

Non c’è startup con una sola nazionalità

Sviluppare la propria startup merita un capitolo a parte. Io credo che nessuna startup possa dirsi Italiana, Francese, Olandese o Tedesca. Chiaramente se per “startup” intendiamo un’azienda che fa della crescita il proprio valore primario, secondo l’ottima definizione di Paul Graham, quindi che intende aggredire un mercato globale attraverso un prodotto e un team studiato per crescere esponenzialmente, soprattutto nei primi anni di vita.
Non possiamo dare una connotazione nazionale alla startup neppure in base a dove sia localizzata e a dove paghi le tasse perchè non è importante, al fine di questo ragionamento, dove sia fisicamente l’amministrazione della società. E’ molto più importante la totale delocalizzazione della visione d’impresa e l’esperienza internazionale del team.

Per questa ragione le startup italiane fanno fatica. Se il team è completamente costituito da Italiani spesso della stessa città e con le medesime esperienze di vita (amici, scuola, hobby) come è possibile anche solo pensare di essere competitivi a livello globale? Per questo non dico sia importante trasferirsi, ma penso che sia addirittura necessario.

E’ necessario condividere scrivanie con colleghi, capi, dipendenti, fornitori e clienti che vengono da altri paesi e da altre esperienze. E’ necessario scoprire che non tutti vivono di pasta asciutta, che la regione di provenienza dell’olio d’oliva non è la cosa più importante nella nostra insalata. E’ importante scoprire che gli inglesi non portano più la bombetta, che i tedeschi non mangiano solo crauti, che gli americani a volte ne capiscono anche di vino. E’ importante scoprire che in Romania ci si laurea parlando quattro lingue, per eliminare una serie di luoghi comuni che avvelenano il nostro pensiero di integerrimi mangia-spaghetti quando pensiamo all’est europa.

Si va bene, quando il mio professore di tedesco ha dichiarato di aver studiato all’università di Jena, mi è venuto in mente Fantozzi, lo confesso. Ma è proprio quello il problema, per molti di noi la visione dell’oltre confine è limitata ai film di Paolo Villaggio e di Alberto Sordi, mischiati ai racconti dei nostri zii emigranti, con la valigia di cartone. Poi, per carità, gli stereotipi hanno ragione di esistere, l’importante è non limitarsi a quelli quando si devono prendere decisioni importanti riguardo la propria carriera.

Cambiare mentalità è la cosa più importante

Se prendiamo ad esempio gli Americani, per loro è normale cambiare città e stato una decina di volte nella loro vita, per inseguire il proprio corso di studi, il proprio lavoro, il proprio partner, i propri sogni. Ognuno di questi passi è un miglioramento della propria esistenza, anche quando le avversità rendono la vita difficile. Ma è tutta una questione di priorità e di mentalità.

E’ solo un cambio di mentalità che può trasformare da “Emigranti Italiani” a “cittadini del mondo”, capaci quindi di superare le difficoltà di un trasferimento in virtù di un cambio di prospettive utili al miglioramento della nostra vita e delle persone che ci sono vicine.

20 thoughts on “Qualche considerazione sul trasferirsi all’estero

  1. Bellissimo post che mi fa capire come dubbi e paure del cambiare registro e farsi cittadini del mondo dipenda solo da noi, da quanto riusciamo ad affrontare le nostre paure. E infine il post mi ha fatto tornare a mente l’insegnamento di Seth Godin: go! Go! Go!

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  2. @lago intendo dire che oggi esistono decine di portali e servizi online in cui si può cercare lavoro. Chiaramente paragonando la medesima ricerca con quella che si poteva fare fino a una ventina di anni fa. Non sto dicendo che trovare lavoro sia facile in senso assoluto, ma che sia più facile di quanto non lo fosse in passato o di quanto si possa pensare.

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  3. Ciao Luca,
    questo tuo articolo cade proprio a “fagiuolo”. Sono un fortunatissimo informatico del sud italia, addirittura con un contratto indeterminato e con uno stipendio di un migliaio di euro (in un paesino del sud, stando a casa dei genitori, è un tesoretto): eppure avverto che qui manca quella passione, quella voglia di crescere ed esplorare e di mettersi in gioco che avverto in quello che scrivi tu e, ad esempio, Simone di ubuntista.it . Non a caso sto pensando di fare il servizio civile europeo per fare un’esperienza “forte”… cosa ne pensi?
    Ti ringrazio per queste tue info per me molto importanti, perchè in questo modo riesco ad intuire quello che mi aspetta: ora infatti so solo da cosa voglio “scappare” ! 😀
    Grazie!

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  4. Articolo di grande attualità e che dà spunti importanti per tutti gli italiani (e sono tanti!) che stanno progettando di andar via dall’italia e trasferirsi all’estero; spesso il rischio è quello di lasciarsi prendere dall’entusiasmo (o dalla tristezza di lasciare il bel paese) e quindi di andare via con un bagaglio di progetti ed emozioni non idoneo ad affontare al meglio le situazioni tipiche di un trasferimento all’estero! Io ho aperto un blog su Panama ad esempio e vedo che in molti si lasciano prendere la mano vedendo vedendo le foto delle spiagge e pensando subito al paradiso terrestre, attenzione! I pro ed i contro ci sono e ci saranno dovunque voi andiate! Per questo personalmente consiglio sempre di guardare prima alle cose negative del paese dove si vuole andare piuttosto alle cose belle..solo così si può partire senza il rischio di vivere un’esperienza traumatica.

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  5. carissimi ragazzi, fate bene a scambiarvi questi suggerimenti. tenete presente che lo stato d’animo di chi decide di lavorare alll’estero dipende dalla motivazione: se sei obbligato perchè muori di fame nel tuo Paese parti come uno che la Patria è patrigna! arrabbiato con tutti gli italiani, nel nostro caso.
    diverso è invece essere motivati da acquisire esperienze, soddisfazioni e SCEGLIERE se restarci o no.
    inoltre non dimenticate i famigliari che restano senza la quotidianità dell’affetto dei propri ragazzi, con tante spese per andarli a trovare per pochi giorni e poi viverli per foto o skype.la presenza è importante, un po’ la sindrome “del nido vuoto” perenne e senza soluzione. spero che i giovani all’estero votinoper un partito che aiuti le famiglie ad ottenere facilitazioni per poter vivere più a lungo con i figli.

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  6. Ciao Luca il tuo articolo e’ molto interessante! da qualche mese io e mio marito stiamo progettando di andare in Germania a fare una stagione lavorativa(verso Maggio ) in modo tale da renderci conto se sara’ possibile stabilirci lassu’..prendere dei contatti e rimanerci! abbiamo anche due figli ma in questo momento mi fa piu’ paura rimanere in Italia che uscire e andare incontro ad una realta’ completamente nuova!! Ho voglia di nuovi stimoli lavorativi, qua in Italia solo per il fatto che ho 34 anni e 2 figli sono assolutamente annullata nel campo del lavoro…ciao!!!!

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  7. Per quanto condivida su larghissima scala il tuo articolo, mi sembra che ricada un po’ nella faciloneria quando parli di “lavoro facile” anche se poi hai già chiarito nei commenti cosa intendevi.
    Pur col chiarimento, avendo altri amici emigrati nel mondo, mi tocca pensare a una doppia posizione riguardo questa faccenda:
    a – il lavoro all’estero c’è, se ci si sa organizzare a cercarlo perchè all’estero ti danno almeno la possibilità di metterti alla prova (cosa che in italia non viene fatta)
    b – il lavoro all’estero non c’è e se c’è è un lavoro da immigrato (mcdonald a friggere patatine – senza offesa per immigrati di sorta o per lavoratori cuochi di patatine del mcdonald)

    Io sono sempre stato un sostenitore del punto A; recentemente mi si sta spostando l’asse verso il punto B.
    Sarebbero interessanti degli esempi concreti a sostegno di quanto sostieni tu per farmi tornare fermamente al punto A. 🙂

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  8. Ciao a tutti,io ho provato qualche anno fa ad andare all’estero, sono stata in Inghilterra ed in Germania.Le opportunità di lavoro ci sono,o almeno c’erano ma comunque sono sempre tornata in Italia perchè vuoi o non vuoi qui avevo delle certezze (famiglia,amici).Purtroppo per me il grande ostacolo è stato dal punto di vista affettivo,mi sentivo veramente sola in terra straniera perchè purtroppo a volte è quella la sensazione quando si vive all’estero e tra l’instabilità economica italiana e l’instabilità affettiva ho scelto la prima.Non nego che a volte mi sono pentita e ad oggi sto pensando nuovamente ad un trasferimento perchè la situazione italiana sta peggiorando di giorno in giorno …sono fortemente combattuta..

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  9. Articolo molto interessante e molto utile per chi intende realmente trasferirsi all’estero e cambiare la sua vita, ricco di spunti per niente scontati, grazie mille, spero continuerai a pubblicare articoli sull’argomento!

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  10. A mio avviso trasferirsi all’estero è una scelta molto difficile da affrontare ed attuare, perchè tipicamente si crede che l’estero sia migliore ma spesso non si fanno i conti con gli aspetti pratici della questione, come i sistemi sanitari non sempre di livello adeguato e i salari che non permettono lo stesso tenore di vita a cui siamo abituati in italia. E’ vero che con la crisi non abbiamo grandi speranze per un futuro migliore, ma tra quelli che hanno deciso di trasferirsi all’estero sono più quelli che hanno fallito che quelli che ce l’hanno fatta.

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  11. Il tuo articolo è impeccabile. Ho apprezzato moltissimo la maturità del tuo punto di vista.
    Mi hai fatto ricordare le mie esperienze, da viaggiatrice con la famiglia frammentata in vari Paesi in Europa. Viaggiare significa anche impegnarsi, perché nulla ti mette in gioco quanto relazionarti con persone che vivono la vita con ritmi e abitudini diverse dalle proprie. Se si nasce e cresce in un solo Paese a volte è difficile fare i conti con un’aspettativa paradisiaca (o drammatica, per chi non si è mai allontanato dalla propria famiglia) del Paese in cui ci si trasferisce. E’ importante ricordarsi che non sarà né migliore, né peggiore di quanto vissuto in precedenza, ma solo un po’ diverso.
    Vivere all’estero è un’esperienza che consiglio di affrontare a tutti, anche solo per un breve periodo.

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  12. Ottimo articolo, si capisce che l’autore ha vissuto o vive questa esperienza estera dall’ obiettivita’ con cui si esprime. L’articolo parla anche dei luoghi comuni da italiani e proprio qui sopra leggo di chi annuncia che “tra quanti hanno provato ad emigrare e’ più’ chi ha fallito che quanti ci sono riusciti”. Chi distribuisce queste statistiche? Nessuno ovviamente, luoghi comuni appunto.
    Conosco chi si e’ trasferito 8 anni fa con la famiglia, con 10.000 euro in tasca. Una persona onesta, ha sempre lavorato con coscienza, e’ sempre stato un piccolo imprenditore seppur i risultati in Italia non ne riconoscevano a sufficienza il valore. Persona valida e corretta, idealista forse, ma anche concreta, dotata di fantasia e idee da mettere in pratica. Ha scelto di vivere in tranquillita’ in un paese del sud est asiatico ed investire al meglio quei 10.000 euro di risparmi.
    Oggi a 8 anni di distanza continua a vivere e a lavorare in sud est asiatico ed ha varie attivita’. Guadagna piu’ di 10.000 euro netti al mese. Lo conosco bene perche’ sono io.
    All’estero i veri valori vengono a galla, nel caso degli italiani che si trasferiscono per vivere e lavorare fuori, i fallimenti dipendono unicamente dall’ incapacita’, ingenuita’, approssimazione di chi ne’ e’ vittima.
    Non abbiate paura di rischiare, lo fate ogni giorno alzandovi dal letto.
    Solo vivendo si può dire di rischiare la vita. Coraggio.
    Buona fortuna a tutti.

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  13. In Madagascar esiste un Patronato Ital Uil con sede nella capitale e delegazioni al Sud (Tulear) e al Nord (Nosy Be) che aiuta tutti i pensionati nei rapporti con l’INPS.
    Inoltre la sede UIM Madagascar è in grado di darvi informazioni e assistenza per il rilascio dei visti di lungo soggiorno, costituzioni societarie ecc..Informazioni: italuil.madagascar@yahoo.it

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  14. Bell’articolo, io mi trasferisco tra 10 gg in Uk. Sono agitata,per questa nuova esperienza. Ma sono sicura che mi troverò benissimo 🙂

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  15. “essere a 5km o a 5000km non fa differenza” su questo non ti do ragione. Vivere a 5.000 km di distanza dai propri cari significa vederli si e no 3-4 volte all’anno (le ferie purtroppo non sono illimitate)…Se vivessi a 5 km dalla mia famiglia ci potremmo vedere ogni settimana… Saluti, Valentina

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