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Dai commenti: orario di lavoro

Il mio post precedente ha dato orgine ad una discussione molto intensa, sia su FriendFeed che nei commenti. Da questi ultimi voglio estrarre quello di Gibilix e riportarlo in evidenza, perchè mi trova totalmente d’accordo:

C’è una frase che capita venga detta dall’intervistatore: “l’orario è dalle 9 alle 18, ma è solo indicativo, noi di solito lavoriamo senza orari e quasi sempre fino a tardi. Lei è disposto a lavorare in queste condizioni?” Questa è secondo me indice di una pessima professionalità. Suggerisce che nell’azienda vige una cultura che scambia il presenzialismo per la produttività o un incapacità cronica in ambito manageriale. A mio avviso chi lavora *sistematicamente* oltre un orario di lavoro definito vuol dire che lavora male o (in alcuni casi) ha in carico mansioni eccessive per un uomo solo (grave errore di managment). Ed in ogni caso, neanche questo può essere oggetto di negoziazione. O il lavoro che proponi è normalmente gestibile nelle otto ore, oppure c’è qualcosa di serio che non va.
Questo non vuol dire che in via eccezionale non capiti che sia necessario dare qualcosa in più rispetto all’orario contrattuale per terminare un progetto in scadenza, ma non può essere la norma e tantomento può essere richiesto come condizione per scegliere un candidato.

Voi cosa ne pensate?

By Luca Sartoni

Team Lead at Automattic, WordPress contributor, co-organiser at WordCamp Europe, blogger, photographer, geek, nerd.

15 replies on “Dai commenti: orario di lavoro”

Un’azienda che fa una proposta del genere va evitare per i seguenti motivi:

1 – Mi paga 8 ore al giorno, ma ne riceve 10/12 (perchè gli straordinari prevedono un massimo mensile, e il discorso imho sottintende straordinari non pagati). Quindi sta rubando.

2 – E’ un’azienda *volutamente* sottodimensionata nel personale. Se l’orario in eccesso è una regola, la struttura è sbagliata o prevista in sfruttamento eccessivo di risorse.

3 – La conseguenza del punto due è che l’azienda non guadagna solo sul prodotto / servizio ma su un tasso di produttività che NON remunera. Quindi, a conti fatti, si può pensare che lavora in perdita economica, seppur va in utile finanziario, ma ripeto, lo fa non remunerando fattori produttivi essenziali.

Se no si sta morendo di fame, meglio cercare altro. Lasciando perdere i discorsi etici, che lasciano il tempo che trovano, un’azienda del genere nel lungo periodo si troverà in difficoltà. Quindi saranno caxxi dei dipendenti.

Faccio l’assistente di direzione (segretaria del presidente, sì, ed è un lavoro bellissimo, anche se ultimamente ho perso la mia motivazione, ma questa è un’altra storia…). Impossibile avere un orario di lavoro fisso. Quelle come me ce l’hanno nel dna e purtroppo a volte il Diavolo non veste solo Prada ma anche altre griffe e certi ritmi e scenate da paperback non si discostano dalla realtà di molte professioniste che assistono personaggi di elevata caratura. Noi dobbiamo essere presenti sia quando il boss c’è e soprattutto quando è assente. La produttività nel mio caso ha ritmi random, alterna momenti di sovraccarico a tempi morti.
Tutto questo solo per dire che in alcuni casi molto dipende dal ruolo che si ricopre all’interno della struttura.
Ed io so già che stasera prima delle 20.00 non uscirò di qui. :S

Su questo concordo: spesso e volentieri chi si intossica di lavoro sta semplicemente cercando un modo per evitare di stare in famiglia o di pensare a se stesso. E’ una scusa molto comoda, più comoda se si trova gente che ti fornisce un alibi 😉

Totalmente d’accordo.
Se si “misurasse” la produttività verso la “presenza” allora il concetto stesso di orario di lavoro perderebbe senso. Ma in alcuni ambienti (Pubblica Amministrazione, aziende con forte presenza sindacale, etc) un approccio del genere è letteralmente visto come fumo negli occhi.

Riporto questa semplice constatazione di Jason Fried (37Signals): “I have no idea how many hours my employees work — I just know they get the work done.” (http://bit.ly/2NzGxd).

concordo su tutto. soprattutto sulla frase “O il lavoro che proponi è normalmente gestibile nelle otto ore, oppure c’è qualcosa di serio che non va.”.

soprattutto, una cosa che non va di sicuro è la qualità del lavoro, perché se la norma è lavorare 12 ore al giorno (o meglio: *dover* lavorare 12 ore al giorno) difficilmente ci si può aspettare un lavoro di qualità.

Assolutamente condivisile.
Sono da sempre convinto che lo straordinario, salvo casi eccezionali, è sintomo di disorganizzazione o di incapacità.
Inoltre penso che un lavoro di qualità sia fortemente collegato al tempo non lavorativo, molto spesso le intuizioni, le idee migliori arrivano quando si ha la possibilità di guardare il proprio lavoro da altre angolazioni; il tempo non lavorativo è spesso fonte di stimoli per il lavoro stesso.

è *esattamente* il motivo per cui “al Nord” (Olanda, Scandinavia, Germania, Inghilterra, visti direttamente o riportati da amici che ci vivono) alle 17.30 i parchi sono pieni di gente. Quasi nessuno fa straordinari – che sono straordinari a tutti gli effetti – perché le risorse sono gestite in modo ottimale. Un’amica mi ha detto che a Londra, ma diciamo meglio “in una azienda che funziona”, hanno un sistema integrato che tiene traccia dei lavori, delle richieste e delle risorse. Se le arriva una mail con un lavoro da fare, dopo 10 secondi le squilla il telefono e il suo capo le dice “da quel che vedo hai già abbastanza da fare. Ritieni di poter fare anche quello o ti affianco una persona?”. All’inizio era claustrofobica e grandefratelliana, ma da quando ha capito che così lavora effettivamente meglio… lavora meglio 🙂

In parte concordo con Giblix, in parte con Irrisolta, in particolare nel pezzo in cui sottolinea il fatto che dipende molto dalla posizione che si ricopre. Nell’equazione trova posto anche il commento di Nicola riguardo il desiderio di non tornare magari a casa, si vede il lavoro come unica isola felice dove migrare quando necessario (riesco a vedere almeno un paio di colleghi in questa condizione).

Insomma, non c’è una via di mezzo e non c’è un principio unico sul quale basare la riflessione. Dipende dai soggetti, dal lavoro e dalle situazioni che si vengono a creare quotidianamente. Certo è che mi accorgo di ricadere in una di quelle categorie specificate proprio da Giblix. Luca, dovresti saperne qualcosa, ci sei passato prima di me (in tutti i sensi) 🙂

Grazie @luca per il risalto che hai dato al mio commento e per l’interessante dibattito che hai suscitato con questi post.
Aggiungo che la frase che ho riportato come esempio è tratta dalla mia personale esperienza in un colloquio per una delle più importanti multinazionali del settore automotive, non una dittarella qualsiasi. Amici e colleghi mi hanno riportato esperienze anche peggiori di questa deformazione in altre multinazionali di consulting.
Ha ragione anche Irrisolta, nel senso che ci sono tipi di lavori in cui non è possibile definire un orario in maniera rigida. Ma di solito si è (o dovrebbe essere) ricompensati da una maggiore flessibilità generale.
@nicola sono perfettamente d’accordo con quello che dici. Aggiungerei che chi ha una vita insoddisfacente nel suo complesso, difficilmente può dare il meglio di sé in termini di produttività e creatività. Si cerca di compensare un malessere con la fuga dalla realtà e l’iperlavoro, ma non si fa altro che peggiorare la situazione.

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