Categories
News

I consulenti danneggiano i media sociali?

Questa è la domanda che si pone Andy Budd, direttore creativo di ClearLeft, una famosa azienda che si occupa di User Experience situata a Brighton, Inghilterra.

Il suo post offre talmente tanti spunti e osservazioni interessanti che non posso fare altro che consigliarvene la lettura integrale.

Mi trovo d’accordo quasi su tutto quello che dice Andy Budd tranne su alcuni appunti finali. Un breve riassunto dei suoi argomenti:

Il mercato è cambiato

Non è più possibile pensare ad un ritorno immediato e lineare del proprio investimento pubblicitario, come lo è stato in passato. Prendere soldi e investirli in pubblicità aveva senso quando esistevano solo pochi media e pochi canali televisivi. Il web ha cambiato tutto e il web sociale specialmente. Purtroppo le aziende che di web capiscono poco, si affidano ai servizi dei “social media consultant”.

Sono d’accordo.

Chi sono tipicamente i “social media consultant”

I “social media consultant” sono una razza interessante. Tipicamente sono persone che hanno raggiunto un modesto successo attraverso i loro blog e ad un certo punto tentano vivere cercando di replicare i propri successi per alcuni clienti.

Verissimo.

Fenomenologia

Inizialmente consigliano di dotarsi di un blog aziendale per coinvolgere il proprio mercato ma le aziende, molto spesso, non riescono a generare contenuti interessanti. Per questa ragione i “social media consultant” hanno iniziato ad esplorare nuovi orizzonti e propongono applicazioni per facebook, video per youtube ecc.
Il problema è che come per le campagne virali, per una che funziona che ne sono cento o mille che falliscono.
Quanti di noi hanno un’applicazione su facebook di tipo corporate (si intende sviluppata da un’azienda a scopo promozionale, in questo caso)? non molti di noi.

Si è vero ma non è sempre colpa del consulente. Spesso è l’azienda a richiedere questo tipo di servizio, perchè ne ha sentito parlare.

Quale valore?

Quale valore stanno creando molti dei “social media consultant” ai propri clienti?

Difficile dirlo. Ma se qualcuno lavora bene e onestamente i risultati si apprezzano.

Il mercato dei media sociali è “the next big thing” oppure si tratta di una goccia nel mare dell’evoluzione di Internet?

Forse nessuna delle due cose. I media sociali sono l’inevitabile tassonomia di una spontanea tendenza dell’uomo a comunicare. La tecnologia rende più “disponibile” questo chiacchiericcio. Non lo rende più rilevante intrinsecamente, lo rende più fruibile. La rilevanza viene data da altri processi non tecnologici, quali l’autorità, l’autorevolezza, la moda. Soprattutto sulla moda i media tradizionali continuano a farla da padroni, definendo indiscutibilmente l’agenda dei social media.

Tra cinque anni le aziende saranno diventate più sagge?

La saggezza è una caratteristica tipicamente umana perciò ha poco senso richiederla alle aziende in generale. Forse la classe decisionale sarà maturata e avrà assorbito la cultura della rete, ma a quel punto ci saranno altri ambiti nuovi che non riusciranno a capire. Sono convinto che sia una ruota che gira.

Nostalgia

Il problema che mi pongo con i “socal media consultant” non è sul valore che portano ai propri clienti ma sull’impatto che essi hanno sul web. Il web era molto meglio quando i 20 blog principali erano blog personali senza alcuna “agenda”. Adesso i blog più trafficati sono imprese commerciali a pieno titolo ed è molto complesso saper distinguere tra opinioni genuine e operazioni di marketing sfacciato. Questo blogger consiglia un prodotto perchè lo considera valido o perchè lo ha ricevuto in omaggio?

Questa domanda è molto difficile da affrontare in modo equilibrato. Personalmente non sono dalla parte della purezza della rete perchè non è realizzabile in modo assoluto e quindi si tradurrebbe in “chi sa fingere meglio di essere puro” e non in “chi è puro e chi no”.
Non è un problema che mi pongo, perchè credo di essere in grado di saper scegliere le mie fonti di fiducia.
Eticamente è più difficile rispondere perchè la maggioranza degli utenti della rete arriva sui siti dai motori di ricerca e non stabilisce un rapporto di fiducia con chi scrive dall’altra parte. Prende la recensione e scappa. Quindi forse è criticabile il post sponsorizzato. Ma comunque volendo eliminare il fenomeno, si avrebbe lo stesso risultato con un’operazione di SEO.

Altri territori

Questo fenomeno si estende anche ad altri servizi come Facebook e Twitter. C’è stato un tempo in cui su questi servizi si poteva socializzare in pace, mentre adesso non esiste luogo non contaminato dallo spam del marketing. Ogni azienda ha uno stream su twitter o un gruppo su facebook.

Qui non sono d’accordo. Come ebbi modo di spiegare tempo fa, l’inversione del flusso delle informazioni, che prima era diretto (dal mittente al destinatario) e adesso è inverso (il destinatario decide di quali contenuti fruire), originato dalla rete prima e poi dagli RSS poi, ha determinato il successo di quegli strumenti che molto facilmente ci mettono al riparo dagli scocciatori. Le aziende possono aprire anche mille stream su twitter e mille gruppi su facebook ma non possono obbligarmi a prendere parte alla loro comunicazione. Per questa ragione solo aumentando la qualità della loro comunicazione possono sperare di acchiapparmi e non aumentandone la quantità. In questo credo che ci si debba focalizzare.

La colpa è del consulente?

Forse incolpare il consulente non è giusto perchè senza di lui le aziende provvederebbero da sole ad inquinare la rete. Ma comunque non si può esonerarli da questa responsabilità

Se vogliamo dire che ci sono molti millantatori, come dice giustamente Nicola, e che le vere professionalità non corrispondono, molto spesso, alla fama che può venire dal web allora sono d’accordo. Non mi trovo della stessa opinione se confondiamo le aziende e i consulenti “wannabe social” con chi veramente riesce a migliorare la qualità della comunicazione, anche pubblicitaria.

E voi, cosa ne pensate?

Grazie a Tony per la segnalazione

By Luca Sartoni

Team Lead at Automattic, WordPress contributor, co-organiser at WordCamp Europe, blogger, photographer, geek, nerd.

2 replies on “I consulenti danneggiano i media sociali?”

Spunto interessante (peraltro ho conosciuto il gruppo di Clearleft a Brighton lo scorso settembre, e devo dire che mi hanno fatto un’ottima impressione).
Andy ha messo giù un discorso giustamente coraggioso e problematico, che vorrei vedere affrontato, nel nostro paese, in modo un po’ più maturo delle solite querelle che sanno molto di “mi si nota di più se prendo 350 euro per un post o se non li prendo?”
Per questo trovo i tuoi commenti interessanti, mi sembra rendano più preziosa la conversazione in quest’ambito.

Nel mio piccolo mi sembra che gli inquinatori di cui parla Andy siano più i wannabe che tu noti in fondo al tuo post rispetto a quelli che il loro lavoro lo fanno con criterio e sapendo quel che stanno facendo. Purtroppo la dinamica “ho un blog, credo di aver capito come funzionano le cose, ci faccio un business” mi sembra parecchio presente da noi, anche a causa dell’involontaria complicità delle aziende, che invece che investire in R&D chiamano il consulente sperando che risolva tutto.

Va anche detta un’altra cosa: che spesso il lavoro fatto da chi viene chiamato in qualità di esperto è vanificato da una mancanza di risorse o dall’incapacità di fidarsi e di seguire fino in fondo i consigli.

Non addosserei quindi tutta la colpa ai consulenti in quanto tali, ma piuttosto a chi si inventa e alle aziende spesso incapaci di distinguere il grano dal loglio e altrettanto restie a mettersi in gioco.

[…] Il blog però può essere il punto di partenza, la mia finestra sul web. La vetrina che mi permette di entrare in contatto con altre persone e creare collaborazioni a diversi livelli. Ed allora il discorso cambia. Un corretto (ed appassionato) utilizzo dei vari strumenti che il web 2.0 offre può portare risultati interessanti. Ed io credo che questo sia valido soprattutto in relazione alle aziende che vorranno lanciarsi nel (per molte di loro) nuovo mondo. Sebbene se ne parli da tempo sono ancora poche le aziende tradizionali che hanno avuto il coraggio di affrontare la nuova avventura, nonostante i costi siano (per ora) decisamente inferiori rispetto (per esempio) alla pubblicità sui canali tradizionali. La figura del comunicatore 2.0 dovrà necessariamente sostituire quella del comunicatore classico, e questo soprattutto all’interno delle aziende. E quale comunicatore 2.0 più adatto di un blogger, colui che già da anni ha imparato come funziona la rete? Naturalmente non basta essere (o dichiararsi) blogger per poter gestire correttamente un blog aziendale e i casi di non riuscita esistono e sono incontestabili. […]

Leave a Reply