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Filosofia

Ipercubi

Ipercubo

Nel 1974 il matematico e scultore ungherese Ernő Rubik inventò un rompicapo sorprendente, destinato a diventare il giocattolo più venduto nel 1982: il “cubo magico” o più comunemente conosciuto come “cubo di Rubik“.

Dopo più di vent’anni dalla sua nascita, mentre mi aggiravo dentro un centro commerciale, ho incontrato il mio primo cubo. Se ne stava lì, luccicante e multicolore, come un qualsiasi ammasso di ingranaggi plastici nel turbine consumistico della distribuzione commerciale.

E così dopo qualche minuto lo facevo roteare tra le mani senza uno scopo o una convinzione, nella piacevole esperienza di vederlo mutare ad ogni mossa. Sapevo perfettamente che non aveva niente di magico e che entro poco tempo sarei riuscito a dominarlo.

Così all’inizio ho tentato di capire esattamente come funzionasse, poi l’ho messo su una mensola sperando che si risolvesse da solo. Dopo qualche tempoho deciso che avrei risolto il mistero nel solito modo: Google. In cinque minuti ho trovato una guida, in due mesi l’ho imparata a memoria, in due anni l’ho perfezionata e adesso in 90 secondi risolvo qualsiasi cubo 3x3x3.

Ma la parte interessante di questa dissertazione viene adesso. Ci sono due questioni fondamentali sulle quali mi va di riflettere.

Ritenere che il cubo sia elemento isolante, parcellizzante e alienante è estremamente errato. Sarà il fascino retrò, la curiosità di un oggetto colorato, la morbosa attrazione verso le questioni altrui, ma il cubo di rubik attira più curiosi di quanto il miele faccia con le mosche. Dalle stazioni della metro di Londra all’aeroporto di Catania, ogni volta che mi metto a giocare con il cubo, qualcuno si avvicina e inizia una conversazione. Quattro chiacchiere leggere senza grosse pretese e le attese si colorano piacevolmente.

Tranne quando giunge la domanda demoralizzante: “ma qual’è il trucco?” [*]. Come se ci fosse un’alchimia segreta attraverso la quale, la metafisica riuscisse li dove l’uomo non può giungere. Persone alla ricerca di qualcosa di magico che allinei i colori e e facce. Oppure qualcosa di semplice che risolva i problemi in un soffio.

Ma il trucco non c’è, c’è solo un procedimento da seguire e qualche variabile da interpretare. E questo delude l’interessato di turno, il quale anzichè rallegrarsi dall’assenza di trucchi, si demoralizza che tutto sia normale, difficile ma fattibile. Come tutte le cose della nostra vita.

By Luca Sartoni

Team Lead at Automattic, WordPress contributor, co-organiser at WordCamp Europe, blogger, photographer, geek, nerd.

5 replies on “Ipercubi”

L’ultimo paragrafo di questo post è triste e veritiero allo stesso tempo. La dice lunga su molta gente: quelli che si aspettano che ci sia sempre qualcosa di magico dietro ogni aspetto della vita.

E’ normale che si deprimano, ed è verissimo quello che dici. Però se non vuoi che il tuo cubo sia solo l’allenamento del tuo cervello, il tuo gingillo da asocializzante da manipolare in solitudine, ma anche momento di aggregazione, è in quel momento che devi continuare a mantenere il tuo ruolo, lasciare quel dubbio magico alla gente, di bravura sopraffina. E’ come se un prestigiatore andasse a rivelare a tutti i suoi trucchi oppure il pittore spiegasse un paradigma matematico per riprodurre in casa la Gioconda. Alla domanda “dov’è il trucco” cerca di essere più vago, suvvia!

Io lo comprai quando usci’ (mi sa che era prima del 1982, forse il 1979-80: ero in prima media). Mai saputo risolvere da solo oltre i primi due strati (una faccia e i lati fino a 2 terzi).

Usci’ una guida sulla rivista pergioco che implementava graficamente la teoria dei gruppi. Troppo lunga per essere imparata a memoria.

Così oggi ci gioca Cesare quando me lo dimentico entro il suo raggio d’azione.

Non è che passeresti il link alla tua guida preferita alla soluzione?

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